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Metà mattina o metà pomeriggio. Sono intento nel far andare i clic del mouse su Sistema Informativo che il web 1.0 riteneva tra il retrò e l’archeologia industriale, quando un una voce dal corridoio squarcia il silenzio con un:

Tu si che vai bene!

IN 4 PAROLE

É il sarcastico commento alla tua vita seduta (comoda?) in ufficio mentre loro sono seduti (comodi?) in macchina o davanti al cliente a prendere sberle. Si purtroppo ne prendono tante e ci mettono la loro faccia. Nel frattempo io sono davanti al monitor a sbrigare il lavoro che mi hanno portato.

Sono i pugili dell’azienda per cui lavoro. Sono quelli che tirano il carretto, insomma sono loro che le prendono e le danno con più o meno clamore. Qualche volta anche per mio merito o demerito. Il tu si che vai bene sembra quasi un momento tra lo sfogo e lo scoramento per la vita che conducono.

Poveri pugili!
A Milano di botte se ne prendono. Quando se ne danno la soddisfazione sicuramente non colma lo stesso recipiente. Il mio lavoro invece ha la possibilità di alcuni out/out da servire più o meno delicatamente al cliente (dipende da quanto ha oltrepassato i limiti) e invece da servire rigorosamente con estrema cautela ai colletti bianchi.

Il lavoro di per sé, è molto più tecnico di quanto apparentemente te lo sminuiscono all’università, dove, se va bene, viene citato in una lezione. Il “credito” è arte antica, oggi complicata con Rating e sottoposta al Deliberante. In un consorzio di garanzia oltre alle due spade di Damocle imperversa l’estro normativo del Fondo Centrale di Garanzia.

Ennesimo ente statale con i doppi poteri di far legge e applicarla.
Il tutto assuefatto ai suoi tempi, decisamente più lunghi di quelli aziendali.

CHI E’ QUINDI CHE VA BENE?

Ancora non ho capito se il Tu si che vai bene sia un gesto d’affetto o di invidia. Vorrebbero esser al mio posto ? Non credo: il 27 è più basso, non ci son rimborsi e c’è l’incubo dell’orario. Si, perchè da qualche mese è arrivata la moda dello straordinario prima dell’orario di apertura. Sto provando a lottare contro quest’usanza nordica, assolutamente contraria al credo del lato tirrenico dell’Italia.

Anche i miei ogni tanto parafrasano il “Tu si che vai bene” con il loro “E chi meglio di te?“. Nonostante tutto sono ancora felice per quello che sono, per quello che ho e per quello in cui posso sperare.

Quindi, IO SI CHE VADO BENE.